Trump minaccia dazi del 100% per i paesi UE con Digital Services Tax

Un braccio di ferro che mescola dazi, piattaforme digitali e orgoglio nazionale: il genere di storia che in Europa senti nel traffico di mattina e risuona fino alle cantine, agli showroom, ai capannoni. E che ti obbliga a chiederti quanto costi, alla fine, una regola scritta lontano da noi.

La scena è questa: l’Europa vuole tassare i colossi online dove fanno affari. Gli Stati Uniti vedono una misura che colpisce soprattutto aziende di casa loro. In mezzo, imprese e lavoratori che vivono di export e margini stretti. Non serve essere addetti ai lavori per capire la tensione. Basta pensare a un pallet di bottiglie pronto a partire per New York. E a una bolla doganale che lo raddoppia di prezzo in un attimo.

Cos’è la Digital Services Tax, in pratica

La Digital Services Tax (DST) è una tassa sui servizi digitali. Colpisce i ricavi generati da attività come pubblicità online, marketplace e intermediazione di dati. Non riguarda la piccola app locale: punta a gruppi con fatturati globali elevati. Diversi Paesi europei l’hanno adottata o ipotizzata negli ultimi anni. Francia e Italia, ad esempio, hanno fissato aliquote intorno al 3% su specifici ricavi digitali.

L’argomento europeo è semplice: le grandi piattaforme monetizzano utenti e mercati qui, quindi una quota del prelievo deve restare qui. Dall’altra parte, Washington parla di misura “discriminatoria” verso i campioni americani della Big Tech e chiede una soluzione globale in sede OCSE. Quel tavolo negoziale esiste dal 2019, ha fatto passi avanti, ma non ha ancora chiuso tutto.

Ed è qui che entra la minaccia. Donald Trump ha ventilato dazi fino al 100% su “tutti i beni” importati dai Paesi europei che introdurranno la DST. Una tariffa del 100% non è un’aggiustatina: raddoppia il prezzo alla frontiera. Al momento non c’è un calendario ufficiale né un testo formale: la minaccia è politica, ma pesa.

Chi rischia davvero: settori e ricadute

Il primo riflesso è sui beni simbolo del Made in Italy e, più in generale, dell’export europeo: vino, formaggi, moda, cosmetica, design. Poi arrivano auto, macchinari, componentistica. Gli Stati Uniti sono il primo mercato extra UE per tanti di questi prodotti. Secondo dati ufficiali europei, il valore delle esportazioni di beni dall’UE agli USA ha superato i 500 miliardi di euro nel 2023. Anche un rincaro parziale può scompaginare listini, stagioni e contratti.

Ci sono precedenti. In passato Washington ha minacciato sovrattasse selettive su Champagne, formaggi e borse francesi in risposta alla DST, poi sospese durante i negoziati OCSE. Chi lavora nell’agroalimentare o nella moda ricorda bene quell’inverno passato a ricalcolare margini e ad attendere comunicati.

Una barriera al 100% su “tutti i beni” allargherebbe la crepa. Un importatore americano potrebbe tagliare ordini. Un’azienda europea rinviare investimenti. Il danno non sarebbe solo sui conti, ma sulle relazioni costruite in anni di fiere, fiuti di sughero, strette di mano. Eppure, la domanda di fondo resta: come si tassa l’economia digitale senza punire chi produce cose reali?

Sul tavolo c’è la via multilaterale. L’OCSE ha disegnato principi per ridistribuire i diritti di imposizione sui profitti delle multinazionali nei Paesi dove hanno utenti e ricavi, riducendo la necessità di tasse digitali nazionali. Se quel cantiere si chiude, i dazi tornano nel cassetto. Se si arena, la tentazione del colpo di clava doganale riappare.

Intanto, nella testa di un imprenditore, il pensiero corre veloce: “Posso spiegare a un cliente americano che il mio prodotto vale il doppio da un mese all’altro per una guerra delle regole?” Forse l’immagine più onesta è questa: bytes che viaggiano alla velocità della luce e container che avanzano lenti in porto. Chi scrive le regole deve tenerli insieme. Altrimenti, a pagare saranno proprio quelli che non stanno né nei palazzi né nelle piattaforme, ma nel mezzo del mare.

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