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Scienze

Covid e inquinamento atmosferico da particolato: ecco la scoperta

Non vi è alcuna correlazione fra inquinamento atmosferico e covid. E’ questo quanto emerge da uno studio, ancora in fase sperimentale, dal titolo “Evaluating the Presence of SARS-CoV-2 RNA in the Particulate Matters During the Peak of C OVID-19 in Padua, Northern Italy”, che è stato condotto dalla prestigiosa università di Padova, assieme a Perugia e Genova.

Studio covid, inquinamento: i risultati (Foto Ilmeteo.it)

I ricercatori suggeriscono quindi una bassa probabilità di trasmissione aerea del covid attraverso il particolato, in quanto al momento esistono pochi dati a livello mondiale che possano confermare questa tesi. Quello dell’inquinamento è stato un argomento di studio e approfondimento nell’ultimo anno, da quando è scoppiata appunto la pandemia covid, e molti sono stati i ricercatori che hanno cercato di capire se vi fosse un nesso fra città inquinate e coronavirus, questo perchè nelle grandi metropoli il covid si è diffuso in maniera più capillare. Al momento, come detto sopra, non sembra esservi alcun nesso, e lo studio, pubblicato sulla rivista «Science of the Total Environment», è stato commentato dal professor Alberto Pivato del Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Padova, nonché primo autore dello stesso.

Covid e inquinamento: c’è nesso? I risultati (Foto Salute.gov)

COVID E INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA PARTICOLATO: IL COMMENTO DEL PROF PIVATO

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Questi ha spiegato: «Considerata la scarsa capacità di sopravvivenza al di fuori delle cellule ospiti ovvero infettate, si può ragionevolmente ipotizzare che il virus sia in una forma non attiva anche per le specifiche condizioni in cui si trova nell’ambiente esterno (presenza di raggi ultravioletti e altri agenti ossidanti) che contribuiscono ad una sua rapida degradazione. In ogni caso anche se il virus fosse in forma attiva, la forte diluizione in aria, e i dati sperimentali lo dimostrerebbero, comporterebbe una probabilità estremamente bassa che i soggetti possano essere esposti alla così detta dose infettante, con un conseguente rischio trascurabile di contrarre l’infezione».

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«Infatti – ha proseguito il professor Pivato – non è sufficiente, affinché un soggetto suscettibile si infetti, che venga in qualche modo a contatto con il virus: è anche necessario che un certo quantitativo di virus attivo (ovvero dose infettante) superi le difese dell’organismo e penetri all’interno di esso». Lo studio è stato condotto nella provincia di Padova durante la prima ondata: sono stati raccolti in totale 44 campioni di PM2.5 e PM10 fra il 24 febbraio e il 9 marzo dell’anno scorso, subito prima del grande lockdown nazionale.

Roberto Mazzucchelli

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