Xiaomi è stata rimossa dalla lista nera degli Stati Uniti

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La conferma ufficiale è arrivata all’inizio di questa settimana per decisione del giudice federale.

La decisione è stata presa da un trbunale degli U.S.A. (by Adobestock)

Finalmente Xiaomi può tirare un sospiro di sollievo: la compagnia cinese produttrice di smartphone è stata ufficialmente rimossa dalla black list degli Stati Uniti, a seguito di un ordinamento emesso dal tribunale. L’accusa era quella di aver mantenuto rapporti stretti con il potere militare del proprio paese, così Trump, poco prima della scadenza del suo mandato, aveva deciso di bollare l’azienda con la famigerata etichetta suscitando lo sdegno di Pechino, contrariata dalle ripercussioni negative sulle quotazioni in borsa e da un possibile boicottaggio ingiustificato da parte del mercato a stelle e strisce.

Ieri, 25 maggio, il Tribunale degli Stati Uniti per il distretto di Columbia ha emesso una sentenza definitiva che scagiona Xiaomi dal marchio affibbiatole di “Communist Chinese Military Company”, cosicché i cittadini statunitensi potranno tornare liberamente ad acquistare o detenere titoli della società. “Xiaomi – si legge in un comunicato ufficiale diramato in serata dall’azienda- è grata per la fiducia dei suoi utenti globali, partner, dipendenti e azionisti. Ribadisce di essere una società aperta, quotata in borsa, trasparente e gestita in maniera indipendente”.

Come cambiano le strategie di Xiaomi dopo la rimozione dalla lista nera

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Gli imprenditori U.S.A. potranno tornare a investire su Xiaomi (by Adobestock)

Dopo la caduta delle accuse la società cinese continuerà a “fornire prodotti di elettronica di consumo e servizi affidabili agli utenti” prosegue la nota, “nonché a costruire incessantemente prodotti incredibili a prezzi onesti per permettere a chiunque nel mondo di godere una vita migliore attraverso le innovazioni della tecnologia”. La soppressione del ban pone in qualche modo fine alla faida tra Washington e Pechino, con quest’ultima che aveva giocoforza sostenuto la candidatura di Biden dopo che la mossa a sorpresa di Trump aveva indebolito l’appeal del brand fuori dai confini nazionali cinesi.

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Nulla di così grave e spietato, precisiamolo, come il blocco imposto da circa due anni a Huawei, nei confronti della quale nemmeno l’amministrazione Biden sembra ammorbidire le posizioni o mostrare segnali di apertura. A differenza della società di Lei Jun, Huawei nel 2019 aveva subito un blocco doppio da parte del Dipartimento della Difesa e dal Dipartimento del Commercio,  che aveva portato al veto per le aziende americane di intrattenere qualunque rapporto commerciale con la casa e la conseguente rimozione del Play Store ed altri servizi Google dagli smartphone prodotti.

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Le misure restrittive contro Huawei paiono anzi inasprirsi, mentre Xiaomi se l’è cavata impugnando le carte davanti al tribunale e già a marzo aveva ricevuto il favore del giudice Rudolph Contreras, per il quale la connivenza tra Xiaomi e l’esercito cinese non poteva essere comprovata. Di ieri infine, alle ore 16.09, l’annuncio dello scagionamento ufficiale e l’uscita definitiva dalla blacklist: ora le aziende americane e i cittadini statunitensi potranno tornare liberamente a investire in Xiaomi.

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