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I troppi lockdown hanno generato il travel shaming: ecco di cosa si tratta

Lockdown, zona gialla, arancione o rossa che sia, da più di un anno, non è possibile viaggiare. Nasce così la tendenza al travel shaming.

Viaggiare Foto di Haley Black da Pexels

Un anno di pandemia, di Covid, di distanziamento sociale, di chiusura e di rinuncia di tutte le cose belle, le più semplici, che potevamo fare una volta.

Sì, abbiamo dato per scontato troppe cose, alcune rimandate con molta leggerezza, pensando “c’è sempre tempo per farlo”. Ma, se una delle tante profezie ci avesse rivelato che tra il 2020 e il 2021 non avremmo potuto uscire di casa, non sarebbe cambiato nulla.

Abbiamo perso l’opportunità di viaggiare, visitare posti nuovi, conoscere diverse culture e tradizioni. Tuttavia, c’è ancora qualcuno che, per lavoro o altro, ha la possibilità di farlo, diventando però vittima di travel shaming a causa dell’insoddisfazione da lockdown.

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Dai lockdown, la condanna del travel shaming

Viaggiare in pandemia Foto di Ketut Subiyanto da Pexels

Una di quelle manifestazioni tipica degli haters e di chi è profondamente frustrato. Una sorta di invidia verso chi ha un privilegio in più. È così che i leoni da tastiera inveiscono verso i “fortunati viaggiatori”, facendo crescere la tendenza al travel shaming (letteralmente, “condannare chi viaggia”). Qualcosa che ha che non si allontana molto dal bullismo.

Ha iniziato a manifestarsi attraverso commenti perfidi verso personaggi pubblici che postavano foto su social come Instagram o Facebook.

Ad esempio, è accaduto con Kim Kardashian che ha regalato un viaggio in Polinesia francese ai suoi familiari. Oppure, con Kylie Jenner, che ha potuto spostarsi a Parigi, anche se, formalmente, gli statunitensi non potrebbero farlo.

Kim Kardashian

E così anche altri influencer, i quali spesso rispondono spiegando che per loro si tratta semplicemente di lavoro. A tal proposito, l’influencer ceco-tedesca Barbora Ondrackova è stata accusata da alcuni utenti di infrangere le regole anti Covid, e lei ha chiesto il motivo di tanto accanimento.

Chiaramente, la spiegazione c’è, ma se i personaggi pubblici hanno la possibilità di viaggiare senza che le autorità dei diversi paesi si oppongano, non dipende certo da loro. Pertanto, non è loro la responsabilità, piuttosto, il problema è la disparità tra loro e i cittadini comuni, che andrebbe probabilmente riconsiderata.

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È pur vero che chi vive un’intera vita “sotto i riflettori” dovrà accettare il commento buono e quello cattivo, in quanto rischio del mestiere.

Hater Foto di Soumil Kumar da Pexels
Rita Riccio

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