Covid e inquinamento atmosferico: lo studio che fa definitivamente chiarezza

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ROGOWIEC, POLAND – NOVEMBER 29: A man walks through the village of Kleszczow as steam and smoke rise from the Belchatow Power Station behind on November 29, 2018 at Rogowiec, Poland. The Belchatow station, with an output of 5,472 megawatts, is the world’s largest lignite coal-fired power station. The station emits approximately 30 million tonnes of CO2 per year. The United Nations COP 24 climate conference is due to begin on December 2 in nearby Katowice, two hours south of Belchatow. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Si è molto parlato negli scorsi mesi di una possibile correlazione fra la diffusione del covid e l’inquinamento atmosferico. La maggior concentrazione dei casi nelle grandi città spesso e volentieri è stata associata anche al particolato atmosferico, ma un recente studio ha di fatto smentito questa ipotesi. L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), e l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente-Arpa Lombardia, hanno infatti spiegato come il virus e l’inquinamento dell’aria non interagiscano fra di loro. “Tra le tesi avanzate – fa sapere Daniele Contini, ricercatore di Cnr-Isac, come si legge su lescienze.it – vi è quella che mette in relazione la diffusione virale con i parametri atmosferici, ipotizzando che scarsa ventilazione e stabilità atmosferica (tipiche del periodo invernale nella Pianura Padana) e il particolato atmosferico, cioè le particelle solide o liquide di sorgenti naturali e antropiche, presenti in atmosfera in elevate concentrazioni nel periodo invernale in Lombardia, possano favorire la trasmissione in aria (airborne) del contagio”.

Covid e inquinamento atmosferico (SkyTg24.it)

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COVID E INQUINAMENTO ATMOSFERICO: LE PAROLE DI VORNE GIANELLE

“La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio – ha proseguito Contini esternando la ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Environmental Research” – al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”. Così invece Vorne Gianelle responsabile Centro Specialistico di Monitoraggio della qualità dell’aria di Arpa Lombardia, che aggiunge che “Per avere una probabilità media del 50% di individuare il SARS-CoV-2 nei campioni giornalieri di PM10 a Milano sarebbe necessario un numero di contagiati, anche asintomatici, pari a circa 45.000 nella città di Milano (3,2% della popolazione) e a circa 6.300 nella città di Bergamo (5,2% della popolazione). Pertanto, allo stato attuale delle ricerche, l’identificazione del nuovo coronavirus in aria outdoor non appare un metodo efficace di allerta precoce per le ondate pandemiche”. Ricordiamo che la Lombardia è stata la regione più colpita dal covid, in particolare nella prima ondata, con 76.469 registrati lo scorso maggio, il 36.9% dei totali all’epoca in Italia.

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