Musk accende Starlink anche negli angoli più remoti del mondo, Cina e Amazon lo inseguono ma con un grosso rischio

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Prosegue la “colonizzazione” dell’orbita terrestre da parte delle costellazioni che promettono connessione ad alta velocità in tutto il pianeta. Ma il conto ecologico potrebbe essere salatissimo.

Starlink (Adobe Stock)
(Adobe Stock)

Una connessione ad alta velocità che potrebbe costringere il nostro pianeta a pagare un prezzo esorbitante. È l’aggettivo più adeguato, visto che parliamo dell’ecosostenibilità delle costellazioni di satelliti lanciate in orbita da diverse compagnie per fornire Internet a banda larga in ogni angolo del pianeta, senza bisogno di importanti infrastrutture terrestri. Il segnale, inviato dai satelliti, sarà raccolto da un ricevitore terrestre installabile pressoché ovunque: dal deserto alle montagne, passando per i mezzi di trasporto di dimensioni adeguate, diciamo dai camion in su.

A guidare la via della colonizzazione dell’orbita terrestre ci sono Starlink, Kuiper e StarNet. Rispettivamente, la costellazione di SpaceX di Elon Musk, quella di Amazon e la rete che fa capo alla Repubblica Popolare Cinese. Accanto ai tre colossi, però, ci sono altri attori che hanno ottenuto il permesso di lanciare i propri ripetitori. Una corsa ad accaparrarsi il posto per fornire una connessione veloce che potremmo pagare caro in termini di inquinamento spaziale.

La corsa alla banda larga satellitare non si ferma e potrebbe sfociare in un incubo

Detriti spaziali (Adobe Stock)
Detriti spaziali (Adobe Stock)

Per ora Starlink è sempre in fase Beta e serve Stati Uniti, Canada, Cile, Australia, Nuova Zelanda, Uk e larga parte dell’Europa. Presto dovrebbe essere la volta di Messico e Giappone, e più in là – forse – di Filippine e Sudafrica, dove la proprietaria SpaceX ha da poco impiantato nuovi uffici. Mentre le aziende coinvolte si affannano a ripetere che siamo di fronte a un fenomeno pressoché trascurabile se paragonato all’inquinamento tradizionale, i numeri non lasciano certo ben sperare. Per adesso, SpaceX ha lanciato oltre 1.700 satelliti, ha l’ok della FCC (Federal Communications Commission) per arrivare a poco meno di 12 mila unità, e ha già chiesto il permesso di toccare quota 30 mila.

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Ancora più imponente lo stormo di satelliti cinesi targati StarNet, che ha chiesto all’ International Telecommunication Union (ITU) di mandare in orbita 12.992 macchine. Project Kuiper di Amazon ha in programma di trasmettere il proprio segnale da 3.236 satelliti. Già in orbita i francesi di OneWeb con 648 satelliti, che dovrebbero diventare 6.372 nei piani dell’azienda.

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Non finisce qui. Man mano che la banda larga satellitare prenderà piede, è ragionevole ipotizzare l’ingresso di nuovi concorrenti nel mercato. Il tutto va sommato agli altri tipi di satelliti e ai detriti spaziali che affollano l’orbita terrestre bassa (Low Earth Orbit, LEO). I più pessimisti evocano il catastrofico scenario dipinto dalla Sindrome di Kessler, il consulente Nasa che nel lontano 1978 profetizzò una crescita incontrollata di questo fenomeno, tanto da provocare una serie di collisioni a catena fra i vari corpi che di fatto renderebbe l’orbita terrestre impraticabile, imprigionandoci a vita sul nostro pianeta.

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