Cieco da 40 anni torna a vedere grazie alla luce e a cellule modificate

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Un uomo cieco, non vedente, da 40 anni, ha riavuto in parte la propria vista grazie alla luce e a delle cellule modificathe. Un vero e proprio miracolo scientifico quanto accaduto ad un 58enne che aveva perso la vista una volta divenuto maggiorenne, ai 18 anni, a causa di una malattia neurodegenerativa ereditata dai propri avi, la retinite pigmentosa.

Cieco torna a vedere (Foto IlMessaggero)
Cieco torna a vedere con una tecnica innovativa (Foto IlMessaggero)

Come riferisce l’agenzia Ansa, dopo quattro decadi l’uomo è tornato a vederci, seppur parzialmente, grazie all’opotegentica, una tecnica che utilizza degli impulsi di luce per controllare l’attività di cellule che in precedenza sono state modificate proprio per rispondere a questi “giochi” luminosi. Un caso decisamente interessante e importante, e che è stato pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Nature Medicine, lavoro eseguito dal gruppo di ricercatori dell’università di Pittsburgh, negli Stati Uniti, guidati da Jose Sahel e Botond Roska. “E’ uno dei primi casi in cui l’optogenetica – le parole di Fabio Benfenati, dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), all’Ansa – viene provata nell’uomo e, rispetto alla terapia genica, puó essere usato anche in stadi più avanzati della malattia”.

Cieco rivede dopo 40 anni (Foto Astralablog)
Cieco rivede dopo 40 anni: ecco come (Foto Astralablog)

CIECO DA 40 ANNI TORNA A VEDERE GRAZIE A LUCE E CELLULE: “UNA TECNICA PROMETTENTE”

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In uno dei due occhi dell’uomo cieco è stato iniettato un virus inoffensivo e utilizzato come una sorta di “taxi” per trasportare il gene della proteina ChrimsonR, che permette di rendere le cellule sensibili agli impulsi luminosi. Una volta avvenuta questa modifica cellulare, l’uomo ha indossato degli occhiali hi-tech dotati di una particolare fotocamera che è in grado di catturare le immagini dalla realtà, trasformandole poi in impulsi luminosi, per poi proiettare le stesse sulla retina in tempo reale, live. Così facendo le cellule di cui sopra vengono attivate e possono trasmettere l’immagine al non vedente.

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Il paziente, una volta subito il “trattamento”, non ha avuto particolari reazioni avverse, avendo ben tollerato la tecnica, e attraverso gli occhialini è riuscito a riconoscere le figure, a contare, e anche a localizzare a trattare diversi oggetti attraverso l’occhio trattato. Una terapia che sembra quindi promettere molto bene per quanto riguarda le persone che hanno perso la vista a causa di malattie genetiche, e nei prossimi mesi proseguirà la sperimentazione per avere dati più certi e per capire ulteriormente l’efficacia e la sicurezza della tecnica. “La visione non è proprio come quella naturale – conclude Benfenati – perché il paziente ha un campo visivo ristretto e per allargarlo deve spostare la testa, ma si tratta comunque di un approccio promettente”.

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