Amazon accusato di furto e plagio di prodotti: ecco costa sta succedendo

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Un rapporto dettagliato, che ha prodotto sì la secca smentita da parte di Amazon, ma insinua il dubbio sull’operato della più importante e-commerce in circolazione. Tant’è. Il j’accuse della Reuters è abbastanza chiaro.

Amazon, la più grande e-commerce del mondo (Adobe Stock)
Amazon, la più grande e-commerce del mondo (Adobe Stock)

La nota agenzia di stampa londinese offre un report ad ampio raggio: analizza migliaia di pagine di documenti interni del colosso di Seattle fondato da Jeff Bezos, tra cui e-mail, documenti strategici e piani aziendali, attraverso i quali evince una campagna sistematica di creazione di imitazioni e manipolazione dei risultati di ricerca, per potenziare le proprie linee di prodotti in India, una delle più grandi crescite dell’azienda.

Amazon si difende così: “Poiché Reuters non ha condiviso con noi i documenti, né ha spiegato la loro provenienza – si legge – non siamo in grado di confermare la veridicità o meno delle informazioni e delle affermazioni in essi contenute. Allo stato dei fatti, riteniamo che queste affermazioni siano errate e prive di fondamento”.

Reuters, dal caso Miller al caso Solimo. Ma Amazon nega tutto

Amazon, colosso di Seattle fondato da Jeff Bezos (Adobe Stock)
Amazon, colosso di Seattle fondato da Jeff Bezos (Adobe Stock)

I documenti di Reuter, però, rivelano come il team di marchi privati ​​di Amazon in India abbia segretamente sfruttato i dati interni dell’azienda stessa per copiare i prodotti venduti da altre società e poi li ha offerti sulla sua piattaforma. I dipendenti avrebbero anche alimentato le vendite di prodotti a marchio privato Amazon, manipolando i risultati di ricerca di Amazon in modo che i prodotti dell’azienda apparissero “nei primi 2 o tre … risultati di ricerca” quando i clienti facevano acquisti su Amazon.in.

“Mostriamo i risultati di ricerca in base alla pertinenza con la query di ricerca del cliente” ribatte Amazon “indipendentemente dal fatto che tali prodotti appartengano o meno a marchi che fanno riferimento al venditore”.

Tra le presunte vittime della strategia Amazon in India, ci sarebbe un famoso marchio di camicie in India, John Miller, di proprietà di una società il cui amministratore delegato è Kishore Biyani, noto come il “re del commercio al dettaglio” del paese. Amazon avrebbe deciso di “seguire le misure” delle camicie John Miller fino alla circonferenza del collo e alla lunghezza delle maniche, afferma il documento della Reuters.

Il botta e risposta prosegue: “Amazon vieta severamente l’uso o la condivisione di dati non pubblici a beneficio di qualsiasi venditore, compresi i dati riguardanti le vendite con il nostro marchio”.

Ma la Reuters è un fiume in piena. L’obiettivo di Amazon, in realtà, era quello di identificare e indirizzare i beni, descritti come prodotti “di riferimento” e “replicarli”. Come parte di questo sforzo, il rapporto interno del 2016 ha delineato la strategia di Amazon per un marchio originariamente creato dall’azienda per il mercato indiano chiamato “Solimo”. La strategia di Solimo, secondo Reuters, era semplice: “usare le informazioni di Amazon per sviluppare prodotti e quindi sfruttare la piattaforma Amazon per commercializzare questi prodotti ai nostri clienti”.

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